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Illustrazione di Kay Nielsen
Fiabe e leggende,  Tradizione nordica

Østenfor sol og vestenfor måne (A oriente del sole e a occidente della luna)

Nel 1841 Peter Christen Asbjørnsen e Jørgen Moe pubblicarono il primo volume di una raccolta di favole e leggende, che avevano radici in un’unica tradizione norvegese e le cui fonti erano i dialetti locali: il Norske Folkeeventyr. Gli autori consideravano le storie dei resti dell’antica mitologia norrena e del periodo di grandezza norvegese prima dell’unione alla Danimarca.

A oriente del sole e a occidente della luna

Testo originale disponibile QUI

Testo inglese disponibile QUI

C’era una volta un povero contadino con la casa piena di figli, ma non aveva gran che da offrir loro per nutrirsi e vestirsi, belli erano tutti ma la più bella, incredibilmente bella, era la figlia minore.
Era un giovedì sera alla fine dell’autunno, fuori il tempo era brutto ed era molto buio, pioveva e tirava un vento da far scricchiolare le pareti; sedevano intorno al camino e tutti avevano qualcosa da fare. All’improvviso qualcuno bussò tre volte alla finestra. L’uomo uscì per vedere cosa succedeva, e una volta fuori si trovò di fronte un grandissimo Orso bianco.
“Buonasera”, disse l’Orso bianco.
“Buonasera”, rispose l’uomo.
“Se mi darai la tua figlia minore ti farò tanto ricco quanto ora sei povero” disse quello.
Beh, all’uomo sembrava proprio una fortuna poter diventare ricco, ma pensò che prima avrebbe dovuto parlare con la figlia, così rientrò e disse che fuori c’era un grosso Orso bianco che prometteva di farli diventare davvero ricchi se solo avesse potuto averla.
La ragazza disse di “No!”, non voleva, e così l’uomo uscì di nuovo e si accordò con l’Orso bianco che che tornasse a sentire una risposta il prossimo giovedì sera. Intanto a casa cominciarono a tormentare la fanciulla, elencandole tutte le ricchezze che avrebbero ottenuto e i vantaggi che anche lei avrebbe avuto. Alla fine la ragazza acconsentì. Si lavò e rappezzò i suoi stracci, si adornò meglio che poteva e si preparò al viaggio. Non era molto ciò che aveva da portare con sé. Il giovedì sera l’Orso venne a prenderla, lei gli montò in groppa con il suo fagotto e così si allontanarono. Dopo aver fatto un po’ di strada l’Orso disse: “Hai paura?”.
No, non ne aveva.
“Beh, tieniti ben stretta alla mia pelliccia e non ci sarà alcun pericolo” le disse.
Cavalca, cavalca, alla fine giunsero a una grande montagna. Allora l’Orso bussò, si aprì una porta ed entrarono in un castello, tutte le stanze erano illuminate, tutto splendeva d’oro e d’argento e poi c’era una grande sala con una tavola apparecchiata, ed era una tale meraviglia da non crederci. Allora l’Orso bianco le diede un campanello d’argento: se voleva qualcosa non aveva che da suonarlo e l’avrebbe avuta. Dopo aver mangiato, sul far della sera, le venne sonno per il viaggio e pensò che si sarebbe coricata volentieri; allora suonò il campanello e quasi non l’aveva toccato che si ritrovò in una stanza con un letto fatto, così bello che chiunque avrebbe voluto dormirci, con piumini di seta e cortine e frange d’oro, e tutto quello che c’era era d’oro e d’argento. Ma quando si fu coricata ed ebbe spento la luce, una persona entrò e si coricò con lei: era l’Orso bianco, che la notte gettava la sua pelle. La ragazza non riusciva mai a vederlo, perché veniva sempre dopo che aveva spento al luce e prima che facesse giorno se n’era già andato. Per un po’ tutto andò bene, poi però la giovane si fece silenziosa e triste, perché stava sola tutto il giorno e aveva nostalgia dei genitori e dei fratelli. Quando l’Orso bianco le chiese cosa avesse, gli confessò che era molto noioso stare sempre sola e che aveva nostalgia, ed era così triste perché non poteva andare da loro.
“A questo c’è rimedio”, disse l’Orso bianco, “però devi promettermi di non parlare da sola con tua madre, ma solo quando possono sentire anche gli altri. Ti prenderà per mano”, continuò, “e ti vorrà portare in una stanza per parlare da sola con te, ma tu non dovrai farlo, altrimenti renderai infelici entrambi.”
Una domenica l’Orso bianco venne a dire che ora potevano andare dai suoi genitori. E così partirono, la ragazza in groppa, e camminarono per un bel po’; alla fine giunsero a una grande fattoria bianca dove le sorelle e i fratelli correvano e giocavano, ed era così bello a vedersi.
“Lì abitano i tuoi genitori”, disse l’orso, “ma non dimenticare quello che ti ho detto, altrimenti farai la nostra infelicità.”
No di certo, non se ne sarebbe dimenticata, e quando la ragazza ebbe raggiunto la fattoria, l’Orso bianco tornò da dove era venuto. Nel vederla, i genitori furono incredibilmente contenti; gli sembrava di non poterla mai ringraziare abbastanza per quello che aveva fatto per loro: adesso stavano così bene, e volevano tutti sapere come stava lei, a casa sua. Lei stava benissimo e aveva tutto ciò che poteva desiderare, disse; cos’altro raccontò non lo so bene, ma certo non vennero a sapere niente di preciso.
Il pomeriggio, dopo aver pranzato, andò come aveva predetto l’Orso bianco: la madre voleva parlare da sola con la figlia in una stanza. Ma lei ricordò quello che aveva detto l’Orso e non voleva assolutamente.
“Avremo sempre tempo”, disse, “per dirci quello che abbiamo.”
Come fu come non fu, la madre alla fine riuscì a convincerla, così lei dovette dire come stavano le cose. Allora raccontò come la sera, dopo che aveva spento la luce, veniva sempre una persona a coricarsi nel suo letto ma non riusciva mai a vederlo, perché prima che facesse giorno se n’era andato. Era molto triste, perché avrebbe tanto voluto vederlo, e di giorno stava tutta sola e si annoiava. “Ah, quello che dorme con te può anche essere un troll” disse la madre. “Ora ti darò un consiglio per vederlo, ti darò un mozzicone di candela da nascondere in seno: illuminalo mentre dorme, ma sta bene attenta a non lasciargli gocciolare addosso del sego.”
Beh, lei prese la candela e se la nascose in seno, e la sera l’Orso bianco venne a prenderla. Dopo che ebbero fatto un po’ di strada, l’Orso chiese se non fosse andata proprio come aveva detto lui. Sì, non poteva negarlo.
“Se hai dato retta ai consigli di tua madre, hai reso infelici entrambi, e fra noi tutto è finito”, concluse.
No, non aveva dato retta ai consigli materni.
Dopo essere arrivata a casa ed essersi coricata, tutto andò come al solito, e qualcuno venne a coricarsi accanto a lei. Ma a notte fonda, quando sentì che dormiva, si alzò, accese la candela e lo illuminò, e allora vide che era il più bel principe che si potesse vedere, così fu subito presa da lui al punto che le sembrò di non poter vivere se non lo avesse subito baciato: e lo baciò, ma intanto fece cadere sulla sua camicia tre gocce di sego bollente, e lui si svegliò.
“Ah, cos’hai fatto adesso?” chiese lui. “Hai reso infelici entrambi. Se solo avessi resistito un anno sarei stato salvo: ho una matrigna che mi ha fatto un incantesimo, così sono un Orso bianco di giorno e uomo di notte. Ma ora è finita tra noi, devo lasciarti per andare da lei, abita in un castello che si trova a oriente del sole e a occidente della luna, e lì c’è anche una principessa con un naso lungo tre braccia, e ora la dovrò sposare”.
La ragazza pianse e si disperò ma non c’era niente da fare, lui doveva partire. Allora gli chiese se non poteva accompagnarlo. No, non era possibile.
“Se mi dici la strada verrò a cercarti: questo almeno posso farlo?” chiese lei.
Si, questo poteva farlo, ma non c’era nessuna strada, era a oriente del sole e a occidente della luna, e lei non ci sarebbe mai arrivata. La mattina, quando si svegliò, il principe e il castello non c’erano più: era coricata su un piccolo spiazzo verde in mezzo a un bosco scuro e fitto, e accanto aveva lo stesso fagotto di stracci che aveva portato da casa. Dopo essersi stropicciata gli occhi e aver pianto a lungo, si mise in marcia e camminò per molti, molti giorni, finché giunse a una grande montagna. Lì davanti era seduta una vecchia che giocherellava con una mela d’oro. Le chiese se conosceva la strada per andare dal principe che stava con la matrigna, in un castello a oriente del sole e a occidente della luna e che doveva sposare una principessa dal naso lungo tre braccia.
“Come lo conosci?” chiese la vecchia, “Eri forse tu la ragazza che doveva sposarlo?”
Sì, era lei, rispose.
“Così sei tu”, disse la vecchia. “Beh, io so solo che abita nel castello a oriente del sole e a occidente della luna e tu ci arriverai tardi o non ci arriverai mai; ma ti presterò il mio cavallo e con quello potrai andare dalla mia vicina, lei forse saprà dirtelo; una volta arrivata, basta che tu dia un colpetto al cavallo sotto l’orecchio sinistro chiedendogli di tornare a casa. E questa mela d’oro puoi portarla con te.”
La ragazza salì a cavallo e cavalcò per molto, molto tempo, e alla fine arrivò a una montagna, e davanti c’era seduta una vecchia con un’arcolaio d’oro. Le chiese se conosceva la strada per il castello.
Quella rispose come l’altra, che non ne sapeva nulla, ma certo era a oriente del sole e a occidente della luna: “E tu ci arriverai tardi o non ci arriverai mai, ma io ti presterò il mio cavallo e con quello potrai andare dalla mia vicina, lei forse saprà dirtelo; una volta arrivata, dovrai solo dare un colpetto al cavallo sotto l’orecchio sinistro e chiedergli di tornare a casa.” Poi le diede l’arcolaio, dicendole che le sarebbe tornato utile.
La ragazza salì a cavallo e cavalcò per molto, molto tempo, e alla fine arrivò a una montagna, e davanti c’era seduta una vecchia che filava con una conocchia d’oro. Le chiese se conosceva la strada per andare dal principe, e dove si trovava il suo castello.
Andò nello stesso modo, e neanche quest’ultima conosceva la strada meglio delle altre, era a oriente del sole e a occidente della luna, questo lo sapeva; ma anche lei le prestò il suo cavallo e la indirizzò dal vento dell’est affinché, disse, chiedesse a lui: “Forse è pratico dei luoghi e ti può soffiare fin lì. Una volta arrivata, basta che tu dia un colpetto al cavallo sotto l’orecchio, e così tornerà a casa” disse la vecchia.
Cavalcò per molti e molti giorni ancora, per un tempo lunghissimo, ma alla fine arrivò, e chiese al vento dell’est se lui poteva indicarle la strada per arrivare dal suo principe.
Sì, di quel principe aveva sentito parlare, disse il vento dell’est, e anche del castello, ma la strada non la conosceva, perché non aveva mai soffiato fin là. “Ma se vuoi posso accompagnarti da mio fratello, il vento dell’ovest, forse lui può saperlo perché è molto più forte di me; puoi salirmi in groppa, ti porterò fin lì”.
Lei fece come gli aveva detto e partirono veloci. Quando furono giunti a destinazione, entrarono in casa e il vento dell’est spiegò che la ragazza che aveva con sé era quella che avrebbe dovuto sposare il principe del castello a oriente del sole e a occidente della luna: si era messa in viaggio per cercarlo, e lui l’aveva accompagnata fin lì per sentire se il vento dell’ovest sapesse dove si trovasse.
“No, così lontano non ho mai soffiato” disse il vento dell’ovest, “ma se vuoi ti accompagnerò dal vento del sud, che è molto più forte di noi ed è andato in giro da tutte le parti: forse lui potrà dirtelo. Puoi montarmi in groppa, ti porterò lì”.
Così fece e andarono dal vento del sud, e non credo ci abbiano messo molto. Quando arrivarono, il vento dell’ovest chiese se poteva indicarle la strada per il famoso castello, perché la fanciulla era quella che avrebbe dovuto sposare il principe.
“Ah si”, disse il vento del sud, “è lei? Ai miei tempi sono andato in giro da tutte le parti”, disse, “ma così lontano non ho mai soffiato. Ma se vuoi ti posso accompagnare da mio fratello, il vento del nord, che è il più vecchio e il più forte di noi, e se lui non sa dov’è, allora non c’è nessuno al mondo che te lo possa dire. Puoi salirmi in groppa, ti porterò fin lì.”
Quando arrivarono dal vento del nord, quello era così furioso che il suo soffio gelido si sentiva da lontano.
“Cosa volete?” gridò da lontano facendoli rabbrividire.
“Ah, non essere così rigido”, disse il vento del sud, “sono io e poi c’è quella ragazza che avrebbe dovuto sposare il principe del castello a oriente del sole e a occidente della luna, e vuole chiederti se sei stato lì e se puoi indicarle la strada, perché vorrebbe tanto ritrovarlo”.
“Certo che so dov’è”, disse il vento del nord, “una volta ho soffiato fin lì una foglia e mi sono stancato tanto che dopo non ho avuto più la forza di soffiare per molti giorni. Ma se ci vuoi andare davvero e non hai paura di stare con me, ti prenderò in groppa e cercherò di soffiarti fin lì.”
Sì, voleva e doveva andarci, se era possibile in qualche modo: di paura non ne aveva, anche se fosse andata male.
“Bene, allora per questa notte dovrai dormire qui”, disse il vento del nord, “perché bisogna avere tutta la giornata, se vogliamo arrivare fin lì”.
La mattina dopo, il vento del nord la svegliò presto e si gonfiò tanto che diventò grande e forte da far paura; e così partirono, altri attraverso l’aria, come se dovessero arrivare in un attimo alla fine del mondo. Per le campagne ci fu una tale tempesta che buttò giù case e boschi, e quando arrivarono sul mare fecero naufragare navi a centinaia. E così andarono avanti, così lontano che nessuno può credere quanto siano andati lontano, e sempre sopra il mare, e il vento del nord era sempre più stanco, era così sfinito che quasi non riusciva più a soffiare e volava sempre più basso e alla fine volò così basso che la cima delle onde le lambiva i talloni.
“Hai paura?” disse il vento del nord.
No, non ne aveva.
Ma ormai non erano lontani dalla terraferma e il vento del nord ebbe la forza di gettare la ragazza sulla riva sotto le finestre del castello a oriente del sole e a occidente della luna: ma era così stanco e sfinito che dovette riposarsi per molti giorni prima di poter tornare a casa. La mattina dopo lei si mise a giocare con la mela d’oro davanti alle finestre del castello, e la prima cosa che vide fu la nasona che doveva sposare il principe.
“Ehi tu, cosa vuoi in cambio della tua mela d’oro?” chiese quella dalla finestra.
“Non è in vendita né per danaro né per oro”, disse la ragazza.
“E se non è in vendita né per danaro né per oro, allora cosa vuoi in cambio? Puoi avere quello che vuoi” disse la principessa.
“Beh, se posso salire dal principe che abita qui e restare con lui questa notte, allora te la darò”, rispose la fanciulla.
Si, poteva anche farlo, era possibile.
La principessa ebbe la mela d’oro, ma la sera, quando la ragazza salì nella stanza con il principe, quello dormiva; lo chiamò e lo scosse, e intanto piangeva, ma non riuscì a svegliarlo, perché la sera gli avevano dato un sonnifero.
Al mattino, appena si fece giorno, la principessa dal naso lungo venne e la cacciò via. Allora ella, a giorno fatto, si mise a girare sotto le finestre del castello a far girare l’arcolaio, e tutto andò come la prima volta. La principessa chiese che cosa voleva in cambio e lei rispose come il giorno prima che non era in vendita né per oro né per danaro, se però l’avesse lasciata salire dal principe e rimanere tutta la notte, lo avrebbe avuto. Ma quando salì, quello dormiva di nuovo e per quanto lei gridasse e lo scuotesse, e per quanto lei piangesse, lui dormiva e non c’era verso di svegliarlo; e quando si fece giorno venne la principessa dal naso lungo e la mise di nuovo alla porta. Durante il giorno la ragazza si mise sotto le finestre del castello e cominciò a filare con la sua conocchia d’oro e la principessa dal naso lungo voleva averla. Aprì la finestra e le chiese cosa volesse in cambio e, proprio come le altre due volte, la ragazza disse che gliel’avrebbe concessa in cambio di una notte con il principe.
La notte le fu concessa.
Nel castello c’erano dei cristiani prigionieri, e stavano proprio nella stanza accanto a quella del principe: avevano sentito una donna piangere e gridare per due notti di seguito e lo dissero al principe. La sera, quando la principessa gli portò l’acquavite, lui fece finta di bere e se la gettò alle spalle, perché si era accorto che era un sonnifero. Così quando arrivò la ragazza, il principe era sveglio e lei gli raccontò come fosse arrivata fin lì.
“Beh, arrivi proprio al momento giusto”, disse il principe, “perché domani mi sarei dovuto sposare; ma io quella persona non la voglio e tu sei la sola che può salvarmi. Dirò che voglio vedere cosa sa fare la mia sposa e la pregherò di lavarmi la camicia con le tre macchie di sego: di certo accetterà, perché non sa che sei stata tu a fare le macchie e per toglierle ci vogliono dei cristiani, non dei troll come lei. Io allora dirò che voglio sposare solo chi sarà capace di togliermi quelle macchie: tu ne sei capace, lo so”.
Ci fu grande gioia fra loro quella notte e il giorno dopo, giunta l’ora delle nozze, il principe disse: “Voglio vedere cosa sa fare la mia sposa.”
Era giusto, disse la matrigna.
“Ho una bella camicia che voglio mettere per sposarmi, ma ci sono tre macchie di sego che bisogna lavare e io ho promesso di sposare solo colei che saprà farlo: se non ne è capace, non vale la pena di averla in moglie.”
Beh, pensavano che fosse una cosa da nulla e dissero di sì, e quella con il naso lungo si mise a lavare meglio che poteva, ma più lavava e strofinava, più le macchie diventavano grandi.
“Ah, non sei capace di lavare”, disse la vecchia troll, sua madre, “lascia fare a me!”
Ma non aveva ancora preso in mano la camicia che fu ancora peggio, e più lavava e strofinava, più grandi e più nere si facevano le macchie. Allora dovettero mettersi a lavare gli altri troll, ma più passava il tempo e più la camicia diventava brutta e alla fine sembrava tolta dalla cappa di un camino.
“Ah, non siete buoni a nulla tutti quanti”, disse il principe, “fuori da quella finestra c’è una stracciona: sono sicuro che lava molto meglio di tutti voi messi insieme. Ehi, tu, ragazza! Vieni dentro!” gridò.
E lei entrò.
“Sei capace di lavare questa camicia?” le chiese.
“Ah non lo so”, rispose lei, “ci proverò”.
Aveva appena preso la camicia e l’aveva appena infilata nell’acqua che quella era bianca come la neve appena caduta e ancora più bianca.
“Sì, è proprio te che voglio sposare”, disse il principe.
Allora la vecchia troll si infuriò tanto che scoppiò, e credo che anche la principessa dal naso lungo e gli altri piccoli troll siano scoppiati, perché non ne ho più sentito parlare.
Il principe e la sua sposa liberarono tutti i cristiani prigionieri e portarono via tutto l’oro e l’argento che potevano portare e andarono a vivere molto lontano dal castello a oriente del sole e a occidente della luna.

Traduzione tratta da “Parole d’Autore”

Illustrazione di Kay Nielsen
Illustrazione di Kay Nielsen in “A oriente del sole e accidente della luna”, (1914)

Ho corretto alcuni refusi della traduzione italiana e ho scelto di utilizzare la maiuscola per Orso, poiché nel testo originale si trova scritto Hvidbjørn (Orso bianco). Chiarito ciò, ho trovato davvero molto interessante questa favola, che per altro conta pregevoli trasposizioni musicali e che risulta essere ancora molto sentita. Evidente il sincretismo cristiano nella parte finale, tuttavia, in tutto il resto del testo il folklore risulta aver conservato forti elementi della tradizione norrena, proprio come dichiarato dagli autori della raccolta.

A un’analisi attenta, il fatto che la protagonista sia una ragazza riporta collegamenti peculiari, che esulano dalla consueta visione “principesca”, in un connubio dal sapore profondamente spirituale, se non addirittura iniziatico. A rafforzare questa lettura tutta una serie di figure simboliche proprie della tradizione nordica, che passerò velocemente in rassegna. Non è mia intenzione trattarle approfonditamente, ma solo portare a spunti di riflessione e di ricerca personale del lettore, se vorrà indirizzarsi a uno studio serio di questo percorso.

  • Un giovedì sera alla fine dell’autunno risulta un elemento che ho visto trattato nelle analisi solo come elemento temporale, soprattutto atto a differenziare la vita normale della protagonista e della sua famiglia, da quella che lei vive successivamente e, infatti, gli unici riferimenti temporali li ritroviamo proprio connessi alla famiglia d’origine e a un probabile collegamento con Miðgarðr rispetto ad altri Mondi. Tuttavia, se seguiamo la linea di lettura connessa alla tradizione, non fermandoci al solo giovedì → giorno di Thor, abbiamo un indizio molto particolare (giovedì e fine autunno, quindi con l’inverno alle porte, a cavallo tra novembre e dicembre).
  • Incontriamo la figura dell’Orso (bianco), temuta e rispettata, rafforza dalla tipologia stessa dell’animale. Esso si mostra in due forme: animale e umana, seppur per un incantesimo, lo troviamo come primo elemento di rottura per la giovane, poiché la strappa dalla sua vita comune e povera, portandola a una nuova realtà che tuttavia ella ancora non può comprendere a pieno.
  • La solitudine in cui i contatti sono limitati soltanto all’Orso, una comunione staccata dal resto del mondo per una maggiore conoscenza, per conquistare un’intimità profonda.
  • La nostalgia e i dubbi di chi è esterno alla nuova realtà, che in essa vede una sorta di pericolo, finisce per contaminare la ragazza.
  • La parte in cui la protagonista cede e scopre l’identità dell’Orso in forma umana è assai simile a quella descritta in “Amore e Psyche”. Potremmo ravvisare una luce ingannevole nell’oscurità, che svela una verità parziale, incompleta, finendo col danneggiare la giovane e rendendo il suo percorso più lungo e difficile, pur lasciando un seme utile per risolvere il finale.
  • Una prova da superare, difficile, ritenuta pressoché impossibile, che tuttavia viene accettata e portata avanti senza esitazione.
  • La ragazza si sveglia in una piccola radura in mezzo a un bosco scuro e fitto, altro elemento comune nelle favole, ma che ha una collocazione simbolica archetipica molto importante. Inoltre, è bene ricordare come il bosco, o la foresta, sia presente in alcuni specifici delle tradizione nordica con riferimento a Mondi diversi da Miðgarðr.
  • La giovane cammina per molti e giunge ai piedi di una montagna, dove incontra una vecchia. Questo incontro si ripete 3 volte. Al di là del valore archetipico della montagna, nella tradizione il connubio tra la vecchia e la montagna rimanda immediatamente ai Tröll, ma in questo caso, dato ciò segue, ancor più agli Jötnar.
  • Le tre vecchie donano rispettivamente un cavallo, che ricordiamo essere considerato l’animale che aiuta a viaggiare tra i Mondi, una mela d’oro, un arcolaio d’oro, una canocchia d’oro. Gli ultimi due oggetti servono a filare, infatti l’ultima donna risulta intenta nell’atto della filatura, elemento che riporta alla mente l’attività delle Streghe del Nord e delle Norne. Se da un lato la mela d’oro ci ricorda Iðunn, che ne è custode, dall’altro si colloca anche nell’identificazione della Strega. Per cui questa giovane donna, durante il suo viaggio di ricerca in un Mondo a lei sconosciuto, pare entrare in contatto delle figure che la aiutano e le consegnano dei doni, insieme di gesti che evocano situazioni di insegnamento e avanzamento di percorso.
  • L’ultima vecchia indirizza la protagonista ai venti. Nella tradizione nordica i venti sono nuovamente associati agli Jötnar, confutando in questo modo la precedente lettura. Da Jötunn a Jötunn ella viene condotta e conosce una nuova realtà. Est, Sud, Ovest e Nord. Quest’ultimo viene identificato come il più forte dei venti, quello che la condurrà alla meta.
  • “Hai paura?” le viene chiesto in due precise occasione e la ragazza risponde di non averne. Sarebbe stato lecito ne provasse, invece, qualcosa in quelle situazioni spazzò via ogni timore.
  • Come si risolvesse in originale la storia non ci è dato saperlo, anche perché la ragazza non viene identificata come cristiana in nessun’altra parte della storia. Chi avrà dunque davvero aiutato il principe? Ciononostante, solo lei può lavare la macchia sulla camicia del principe, poiché ella stessa l’ha causata e le basta immergerla nell’acqua senza sfregare. Acqua e Strega sono due elementi connessi nella tradizione.

Spero di averti portato a osservare con occhi diversi qualcosa di apparentemente normale, nonostante la lunghezza di questo articolo.

Sigríðr Úlfhildr Bálsdóttir

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